MADE IN IMMIGRITALY 2026: PRESENTATO IL SECONDO REPORT SULL'AGROALIMENTARE PRODOTTO DAI MIGRANTI
A dieci anni dalla Legge 199 la Fai Cisl con la leader della Cisl Daniela Fumarola ha fatto un bilancio sul contrasto al caporalato e ha presentato la nuova ricerca sui lavoratori stranieri. In agricoltura sono oltre 4 su 10, nell’industria alimentare sono il 18,82%: “Un ruolo essenziale e strutturale”
Dall’industria alimentare della provincia di Cuneo all’attività vitivinicola della Franciacorta, dalla coltivazione vivaistica in provincia di Pordenone alle produzioni orticole dell’Agro Pontino o nella Piana del Sele, fino alle colture agrumicole in provincia di Catania. Sono solo alcuni dei nuovi casi territoriali analizzati nel report “Made in Immigritaly 2026”, seconda indagine nazionale, realizzata dal Centro Studi Confronti e commissionata dalla Fai-Cisl, dedicata ai lavoratori di origine straniera nell’agroalimentare italiano. Edito da Agrilavoro Edizioni e Com Nuovi Tempi, il volume, di 532 pagine, rispetto al primo rapporto, edito nel 2024, oltre ad esplorare nuovi casi territoriali, descrive comparti non ancora indagati, si arricchisce di dati aggiornati e di un inedito servizio fotografico che mostra, andando oltre le statistiche, anche i volti di un’umanità che non compare mai negli spot del made in Italy agroalimentare nonostante svolga oramai un ruolo essenziale e strutturale.
Il volume è stato presentato a Roma, in occasione del decennale della Legge 199 contro il caporalato, con la partecipazione di oltre 240 studenti, ricercatori, rappresentanti delle parti sociali, della politica e delle istituzioni. I dati più rilevanti dicono che tra stagionali e lavoratori a tempo indeterminato i lavoratori immigrati in agricoltura nel 2025 hanno raggiunto 430mila unità, il 42% del totale. I braccianti provenienti da Paesi extra-Ue sono in aumento e ammontano a 316.766, il 79,3% del totale dei lavoratori nati all'estero. Si conferma la pluralità delle provenienze, con 186 Paesi di provenienza: le prime dieci cittadinanze per numero di lavoratori sono Romania, India, Marocco, A|bania, Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Senegal, Nigeria e Mali. Significative le rilevazioni territoriali, che segnalano come in diverse regioni e province il numero dei lavoratori immigrati abbia superato il 50% delle presenze complessive, ad esempio in Lazio, Liguria, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia, Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Emilia-Romagna, Abruzzo. Nella provincia di Latina sono il 78%, a Cuneo il 72%, a Savona il 71%, a Imperia e L'Aquila il 70%, a Ragusa il 60%. Per la prima volta in Italia l’indagine fa il punto anche sull’industria alimentare: su 527mila dipendenti gli immigrati sono 99.164, il 18,82%, la maggior parte (34,58%) occupata nella produzione di prodotti da forno e farinacei. L’incidenza maggiore è nelle filiere della carne, il 43%.
“In questi anni – ha affermato il Reggente nazionale della Fai Cisl Antonio Castellucci – sono state realizzate tante buone pratiche di inclusione e contrasto alle irregolarità valorizzando la contrattazione, la bilateralità, i servizi offerti dal sindacato. Sono pratiche positive da replicare e promuovere. Però manca ancora una politica migratoria moderna, efficiente e coerente. Serve una legislazione più avanzata, servono protocolli anticaporalato regionali e territoriali, progetti partecipati per la prevenzione dello sfruttamento dei lavoratori, della tratta dei migranti, del lavoro irregolare, bisogna superare le logiche del click day e riformare il metodo dei decreti flussi, poi occorre favorire forme di emersione degli irregolari già occupati in agricoltura e aumentare gli investimenti sulla formazione professionale e linguistica, anche nei Paesi di origine dei lavoratori stranieri”.
Alla presentazione del report sono intervenuti anche i curatori del volume: Maurizio Ambrosini, Rando Devole, Paolo Naso e Claudio Paravati.
“I sistemi produttivi più avanzati, le imprese più grandi e strutturate, le colture più meccanizzate – ha evidenziato il Prof. Ambrosini, dell’Università degli Studi di Milano – si associano con trattamenti dei lavoratori più conformi agli standard contrattuali e a un dialogo sociale più aperto nei confronti dei sindacati, anche se il ricorso al contoterzismo può aprire la porta ad abusi e irregolarità. Nell’industria alimentare, la stabilità e la visibilità degli impianti favoriscono la correttezza, ma l’esternalizzazione di alcune attività può introdurre trattamenti substandard e margini di ambiguità. Stando alle informazioni e testimonianze raccolte, il lavoro nero, completamente privo di copertura contrattuale, appare in arretramento. Le ripetute denunce, l’accresciuta sensibilità di una parte dell’opinione pubblica, le mobilitazioni della società civile, sembrano aver innescato una maggiore attenzione da parte delle istituzioni di controllo e una maggiore prudenza da parte dei datori di lavoro. Si parla più di lavoro grigio che di lavoro totalmente nero: ossia vengono registrate almeno una parte delle giornate di lavoro effettive, ma questo non migliora di molto la situazione dei lavoratori”.
“Ad oltre 20 anni dalla Bossi-Fini e a fronte di interventi frammentari e talora contraddittori – ha detto il politologo Paolo Naso, del Centro Studi Confronti – anche il mondo della produzione agricola ha bisogno di interventi strategici e correnti. Le cosiddette ‘toppe di Arlecchino’, come aumento delle quote, quote aggiuntive per determinate categorie, corridoi umanitari e progetti temporanei, non sono più sufficienti a gestire un fenomeno ormai strutturale. La soluzione è una politica fondata su legalità, diritti, programmazione e integrazione”.
Alla tavola rotonda “Dieci anni della Legge 199/2016 sul caporalato: bilanci e sfide future”, sono intervenuti invece Antonio Pone, Presidente della Cabina di regia della Rete del lavoro agricolo di qualità presso l’Inps, e Giuseppe Patania, Responsabile della Direzione centrale vigilanza lavoro e sicurezza dell’INL. È giunto inoltre anche un videomessaggio del Sen. Giacomo La Pietra, Sottosegretario al Masaf.
"Questi primi 10 anni di Legge 199 – ha affermato Castellucci aprendo il confronto – ci consegnano una sfida, quella allo sfruttamento, che per noi si rinnova ogni giorno, in tutti i territori. Le varie tragedie, che abbiamo vissuto anche quest’anno, pensiamo ad Amendolara, impongono al Paese una riflessione non più rinviabile: il caporalato e lo sfruttamento in agricoltura non sono fenomeni episodici, ma una emergenza nazionale. Dietro il fenomeno del caporalato non vi è una fatalità, ma un sistema illegale stratificato, già emerso in numerose inchieste e denunce, con lavoratori intrappolati in meccanismi di intermediazione illecita che controllano non solo l’impiego, ma anche trasporti, alloggi e servizi essenziali. In questo contesto, la Legge 199 del 2016 rappresenta un pilastro fondamentale, ma ancora incompiuto nella sua dimensione preventiva. È necessario garantirne la piena attuazione, rafforzando gli organici ispettivi e rendendo sistematici i controlli sul territorio. Un ruolo strategico – ha aggiunto Castellucci – deve essere riconosciuto alla bilateralità territoriale del settore agricolo, quale luogo di governo del mercato del lavoro attraverso formazione, sicurezza e incontro trasparente tra domanda e offerta. In questa prospettiva, è necessario superare strumenti inefficaci per i flussi migratori, adottando politiche più aderenti ai reali fabbisogni produttivi e capaci di prevenire l’irregolarità. Non meno rilevante è il tema delle condizioni abitative e dei servizi”.
All’iniziativa, moderata da Elisa Dossi, giornalista di RaiNews24, ha partecipato la Segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola: “La qualità di un prodotto – ha evidenziato – non può essere separata dalla qualità del lavoro che lo rende possibile. Il made in Italy è credibile fino in fondo quando dietro l'eccellenza di ciò che produciamo ci sono legalità, contratti applicati, salari dignitosi, sicurezza, professionalità, rispetto della persona. Questa ricerca promossa dalla Fai attraversa territori molto diversi, dal Mezzogiorno al Nord, e accanto alle situazioni di sfruttamento documenta anche imprese sane, integrazione, cooperazione, percorsi di crescita professionale, esperienze in cui la contrattazione e la bilateralità hanno prodotto risultati. Il problema è fare in modo che le buone pratiche smettano di essere eccezioni e diventino sistema. Vale per la legalità, per gli alloggi, i trasporti, la formazione, per la sicurezza. Vale per la partecipazione. Perché quanto più si rendono consapevoli i lavoratori, tanto prima si riescono a gestire le criticità e dare loro una risposta”. “L’immigrazione – ha aggiunto Fumarola – è una questione nevralgica per il futuro dell'Europa, strettamente legata al suo sviluppo economico, sociale e demografico. Va governata con umanità, legalità e lungimiranza, attraverso una strategia che tenga insieme accoglienza responsabile, integrazione, cooperazione con i Paesi di origine e canali di ingresso legali e governati, a partire proprio da quelli legati al lavoro”.
Ricordando invece i dieci anni della Legge anticaporalato, la leader della Cisl ha commentato: “Ha rappresentato una conquista importante, ha rafforzato la capacità repressiva dello Stato, ha colpito l’intermediazione illecita, ha chiamato direttamente in causa anche la responsabilità dell’imprenditore che utilizza il caporalato. Sarebbe sbagliato non riconoscerne i risultati. Ma dieci anni sono anche un tempo sufficiente per vedere ciò che ancora non ha funzionato. E il punto più debole rimane quello della prevenzione. Perché possiamo e dobbiamo colpire il caporale. Ma dobbiamo riuscire anche a togliere al caporale la funzione che esercita, costruendo prima e meglio di lui le risposte delle quali lavoratori e imprese hanno bisogno”.

